L’incidente

Iniziamo dalla fine, o meglio da quella che avrebbe potuto essere la fine.

Sono ripassato in quel luogo, posto tra due santuari francescani, qualche giorno fa e sono affiorati i ricordi.

Quel sabato mattina, tra il 1994 e il 1996 (con calma andrò a recuperare la data precisa tramite i verbali del pronto soccorso) partii, come accadeva spesso, per andare a Viterbo dove prestavo servizio come Ufficiale dell’Esercito presso il glorioso 1° Reggimento AV.ES. “Antares”. Dedicherò uno, o più articoli, a questa magnifica esperienza.

Percorrevo la provinciale che da Rieti porta verso Terni (all’epoca non esisteva la superstrada Rieti – Terni) in una classica, umida mattina della “piana” reatina. Normalmente alle 7,30 dalle nostre parti la guazza domina il paesaggio, undici mesi l’anno. E così era.

Mi è sempre piaciuto guidare e adoro farlo anche ora. Non sono stato mai particolarmente spericolato ma sicuramente ho sempre considerato i limiti di velocità come le lampadine dell’albero di Natale, decorativi.

Bene, quel giorno capii un paio di cosette che cercherò ti trasmettervi alla fine di questo racconto.

Dunque, percorrevo la provinciale quando all’altezza del cimitero di Limiti di Greccio affrontai, come tante altre volte, il leggero dosso che la careggiata ti propone in quel tratto di strada. Leggero, ma quanto basta per renderti “cieco”!per una frazione di secondo.

Caso volle che in quell’occasione una serie di situazioni coincisero tutte nello stesso istante.

Mentre mi affacciavo al di là del dosso, un simpatico vecchietto, che tornava da una battuta di caccia mattutina, pensò di immettersi sulla carreggiata da destra (dove aveva parcheggiato) verso sinistra per riperdere la strada di casa. E lo fece, con una certa calma.

Avrebbe potuto tardare o anticipare un minuto e invece decise di farlo proprio nel momento in cui io non potevo vederlo (ovviamente, poveraccio, neanche lui poteva vedermi).

Me lo trovai davanti mentre ero sulla sommità del dosso.

Strinsi il volante, distesi le braccia, affondai sul pedale del freno.

Tutto inutile, la guazza vinse. Con quell’umidità sul fondo stradale fu come provare a fare una curva con gli sci, sul ghiaccio, senza lamine.

Aspettai il botto, senza poter fare altro.

Andò tutto sommato bene, per entrambi, finiti comunque in ospedale. Qualche frattura per lui, fronte sfasciata contro il parabrezza per me. Non indossavo la cintura di sicurezza e l’airbag non poté impedire che la mia testa andasse a colpirlo, sfondandolo.

Ecco, un’esperienza come questa ti fa capire che puoi essere bravissimo alla guida, che superare i limiti di velocità non è necessariamente pericoloso, che le auto moderne sono molto efficienti e raramente rischiamo di vincere le forze fisiche che ci tengono aderenti al suolo.

Ma in strada, non siamo in pista.

E l’imprevisto ci può stare come ci fu quel vecchietto a sbarrarmi la strada.

I limiti non sono calcolati “ad stracazum”, ma tengono conto di valutazioni oggettive fatte da esperti.

Quindi cintura sempre, prudenza e se capitate a Rieti di mattina, occhio alla guazza.